Questo spazio è per perdersi in chiacchiere: come attorno al tavolo, quando la cena non vuole saperne di concludersi perchè un discorso tira l'altro e gli amici ci rallegrano il cuore. È per perdersi in chiacchere di tango: quello danzato, ma anche quello suonato, ascoltato, scritto, letto, guardato, sognato, vissuto e raccontato. Vorremmo discorrerne qui senza fretta, che è la nemica di ogni approfondimento e di ogni approccio divertente alle cose, per scoprirne con voi soprattutto gli aspetti curiosi ed insoliti, e parlandone in modo leggero e giocoso (ma non superficiale).
Durante la dittatura di Ramirez, che in Argentina seguì al golpe del 4 giugno 1943, l’allora ministro della giustizia e istruzione, Zuviría, creò una commissione incaricata di salvaguardare la purezza della lingua, che aveva tra i suoi obiettivi
la soppressione del lunfardo.
Pare abbastanza certo che una qualche tendenza censoria fosse cominciata già prima del golpe; quel che è sicuro, comunque, è che intorno a quel periodo venne proibita la diffusione per radio di testi contenenti termini in lunfardo, ma anche espessioni che alludevano a una critica sociale o che menzionavano comportamenti considerati sconvenienti, peccaminosi, o destabilizzanti. I parolieri delle canzoni dovettero in gran fretta modificare i loro versi per adattarli alla pignoleria bigotta dell’ufficio “Radiocomunicaciones”, che applicava concretamente la censura per mezzo del sigillo “Aprobado por Radiocomunicaciones para su libre difusión", senza il quale nulla poteva essere trasmesso.
Questa situazione diede origine a modifiche nei testi dei tanghi che ne alterarono in maniera spesso ridicola lo spirito e il senso autentico, arrivando in certi casi fino a vere e proprie parodie del testo originale.
Acuni esempi di questa censura: il tango “De barro” (di Piana-Manzi), proibito perché tra le sue parole compariva il termine “pucho”, scambiato per lunfardo e in realtà inoffensivo vocabolo Quechua; il tango “Tal vez será mi alcohol” (di Demare-Manzi), rinominato “Tal vez será tu voz”; il tango “Susheta” (di Cobián-Cadícamo), ribattezzato “El aristócrata”. “Chiqué” fu precisamente uno di questi tanghi, ma la traduzione che se ne fece ne alterò del tutto il senso: dire “chiqué” non è lo stesso che dire “chic” e in francese come in lunfardo significa piuttosto “ostentazione di eleganza”, “darsi delle arie”
(fare lo… “sciccoso”, … o lo “smorfioso”, ha suggerito qualcuno di voi), oppure “bluffare”,
ma tutto ciò fu trasformato in un innocuo, inespressivo e del tutto impreciso “elegante”.
Questa situazione, comunque, terminò con il successivo governo di Juan Domingo Perón, quando dodici poeti e musicisti (guidati da Homero Manzi: Aníbal Troillo, Francisco Canaro, Enrique Cadicamo, Luís Rubinstein, Rodolfo Sciammarella, Alberto Vaccarezza, Enrique Maroni, Santiago Adamini, Lito Bayardo, Juan Perez de la Riestra, José Razzano) chiesero udienza al presidente, il quale diede ascolto alle loro rimostranze e accolse la richiesta di revoca della censura.
C’è un aneddoto che racconta che Enrique Cadícamo, quando fu convocato dal funzionario che gli contestò alcuni problemi nel testo di “Los mareados”, si sia messo immediatamente alla macchina da scrivere per buttar giù alcune strofe che sottopose poi al censore chiedendogli: “Così le piace?” “Si, così è meglio” rispose quello. Al ché Cadícamo stracciò il foglio in mille pezzi sbottando: “Beh, sappia che questa è una porcheria!”
Un’altra storia quasi identica si racconta di Homero Expósito, che isieme a Domingo Federico si era presentato all’ufficio “Radiocomunicaciones” per sapere come mai il suo successo “Percal”, fosse stato proibito dalla censura. Il funzionario sulle prime tergiversò, dicendogli che la composizione non aveva metrica: “Prima una parola, poi tre…” lamentava quello, al ché Expósito rispose “Io scrivo sulla melodia… quante parole vuole che scriva su due note?” Ma poiché il funzionario era irremovibile e menzionava infine i problemi reali, connessi al contenuto romanticamente inquietante della canzone, anche Expósito si sedette alla macchina da scrivere, buttò giù qualche strofa e davanti al censore che approvava la nuova versione, esattamente come Manzi fece a pezzi il foglio, sbottando alla stessa maniera: “Ma così è diventato una schifezza!”
Se queste due storielle siano vere, oppure no, poco importa: disegnano bene un’epoca e i suoi personaggi e a noi... diverte tanto raccontarle... !
(Ah! ... Buon San Valentino!) :-)
PERCAL (D. Federico- H. Expósito)
suona: Miguel Caló y su orquesta
canta: Alberto Podestá
Girellando per la rete abbiamo trovato e infilato subito nel nostro cestino quest’interessante pagina di curiosità linguistiche riferite al tango. Ve la proponiamo, dunque; dice più o meno così:
Gli autori di tango hanno captato lo stato d’animo della città (di Buenos Aires) e l’hanno trasportato nella propria poesia: dentro ai loro versi le frasi hanno un significato circoscritto, ma quando passano a far parte del linguaggio popolare finiscono per esprimere una maniera di vedere la vita.
Molte espressioni del repertorio tanguero si usano frequentemente nei titoli dei giornali: Far qualcosa “con il cuore al sud”(“con el corazón al sur”, da: El corazón al sur). (Si intende: con un sentimento di nostalgia.)
Altre sono frequenti in letteratura: “Un’ombra presto diverrai” (“Una sombra ya pronto serás”, da: Caminito). (Si riferisce all’impermaneza e alla transitorietà delle vicende umane.) “Non ci sarà più dolore, né oblio” (“No habrá más penas ni olvidos”, da: Mi Buenos Aires querido). (È espressione di incoraggiamento e speranza in una soluzione futura di ogni affanno e dolore.)
Le ritroviamo infine, spesso, nellaconversazione quotidiana: “Vent’anni non son niente” (“Veinte años no es nada”, da: Volver) significa che malgrado il passare del tempo, con i suoi mutamenti, alcune caratteristiche essenziali delle cose permangono, o anche che alcuni fatti del passato ormai lontano sembrano esser successi soltanto ieri (che il tempo della vita vola via e passa in un attimo, insomma). “Chi non strilla non ciuccia” (“El que no llora no mama”, da: Chambalache), riflette un pensiero ben radicato nella società porteña: chi non si lamenta o domanda con insistenza non riceve alcun vantaggio. “La lotta è crudele ed è tanta” (“La lucha es cruel y es mucha“, da: Uno) richiama l’idea piuttosto pessimista e molto poco incoraggiante, della vita come condizione in cui lo sforzo è inevitabile (e le difficoltà che lo richiedono, all’ordine del giorno). “Che tempi, quelli!” (“¡Qué tiempos aquellos!”da: Tiempos viejos), è il ricordo nostalgico di un passato glorioso.
Coloro che oggi son nonni erano giovani quando queste frasi furono scritte. Le hanno adottate, passate ai propri figli e questi ai nipoti. La storia dirà se resisteranno , radicandosi stabilmente nel linguaggio porteño.