Questo spazio è per perdersi in chiacchiere: come attorno al tavolo, quando la cena non vuole saperne di concludersi perchè un discorso tira l'altro e gli amici ci rallegrano il cuore. È per perdersi in chiacchere di tango: quello danzato, ma anche quello suonato, ascoltato, scritto, letto, guardato, sognato, vissuto e raccontato. Vorremmo discorrerne qui senza fretta, che è la nemica di ogni approfondimento e di ogni approccio divertente alle cose, per scoprirne con voi soprattutto gli aspetti curiosi ed insoliti, e parlandone in modo leggero e giocoso (ma non superficiale).
Erano esattamente ottantanove anni...
"che Sivina e Sebastián non aggiornavano il blog!", diranno i nostri quattro o cinque lettori. ;-))
No, ragazzi, avete sbagliato.
Erano esattamente ottantanove anniche a Buenos Aires non si vedeva la neve!
Ma è ritornata ad imbiancare la città questa notte, lasciando i porteños impressionatissimi: proprio come lo rimase Agustín Bardi quando compose il suo famoso
tango "¡QUÉ NOCHE... !", dedicato alla straordinaria nevicata del 2 giugno 1918.
Pare che Bardi si trovasse in automobile insieme a due amici, di ritorno dall'ippodromodi La Plata, quando la Ford sulla quale viaggiavano rimase in panne, poco fuori dalla capitale e proprio nel momento in cui cominciavano a cadere i primi fiocchi.
La neve a Buenos Aires è un fatto rarissimo e possiamo immaginare lo sbalordimento dei tre amici, bloccati in una situazione a dir poco surreale, che si trovarono spettatori di quella eccezionale nevicata notturna.
Sembra comunque che il più stralunato dei tre fosse proprio Agustín Bardi e che per il freddo, la sorpresa e il fascino di quello spettacolo inatteso se ne stesse come imbambolato, canticchiando tra sè le note di un tango che l'inconsueta situazione
gli stava ispirando lì per lì.
Sembra infine che a suggerire il titolo di quel tango sia stato poi Eduardo Arolas, al quale Bardi raccontò l'accaduto una volta tornati - non si sa bene come - in città.
Le due foto che seguono si riferiscono proprio a quella storica nevicata. Quella a sinistra è una panoramica di Plaza de Mayo coperta di neve, mentre la foto a destra rappresenta alcuni uomini che si divertono a fare un pupazzo di neve.
La didascalia di quest'ultima, nel sito dove le abbiamo scovate, recita:
"1918 - Nieve sobre Buenos Aires, los porteños (no podía ser de otra manera) hacen una muñeca tetona de nieve."
... ;-))
QUI invece trovate una galleria di immagini che ritraggono la nevicata della notte scorsa. Buona visione!
Aggiornamento di lunedì 23 luglio (dedicato ad Agata) votate la vostra versione preferita:
Sempre un po’ in ritardo con gli aggiornamenti del blog speriamo di farci perdonare dai nostri affezionati lettori con questa autentica curiosità tanguera che l’insostituibile
Gino Pastore ha messo a nostra disposizione per condividerla con tutti voi
(grazie Gino).
Si tratta di uno dei quattro brani che Dizzy Gillespie registrò con l’orchestra di Osvaldo Fresedo al Rendez-Vous di Buenos Aires, durante
il suo tour in Sud America del 1956.
Gillespie arrivò nella capitale argentina a fine luglio, per suonare in una serie di concerti al Teatro Casino della calle Maipu e subito chiese di essere messo in contatto con qualche musicista di tango.
Lo stravagante Dizzy già aveva mostrato interesse per la musica latino americana lavorando con le percussioni cubane una decina di anni prima, e comunque la sua curiosità musicale non conosceva limite.
Fresedo, per parte sua, aveva già assaggiato il jazz nel suo viaggio in Nord America del 1920, ed è nota la sua passione per le sperimentazioni di ogni tipo e per l’utilizzo di strumenti inconsueti nelle sue formazioni - ciò che le rese immediatamente distinguibili da ogni altra. Quando gli presentarono Gillespie non gli parve quindi vero di poter contare sull’insolito ed eccezionale contributo di una tromba di quel calibro, anche solo per poco.
Venne dunque informalmente organizzata una registrazione dal vivo durante una delle abituali esibizioni di Fresedo al Rendez-Vous: formidabile evento al quale i fortunati avventori di quella sera si trovarono ad assistere del tutto inaspettatamente.
La registrazione fu effettuata in maniera un po’ casalinga, con l’impianto portatile che potete vedere in primo piano nella fotografia qui in basso, e non si può dire che l’amalgama musicale che ne risultò sia perfetto: qualcuno lo ha definito come qualcosa che in virtù del talento dei due protagonisti non scade mai nel kitsch, ma che tuttavia emana a tratti un’atmosfera vagamente bizzarra, a metà tra l’hollywoodiano e il messicano, anche se nel complesso il risultato è innegabilmente interessante e percorso da una notevole intensità.
Il maggior pregio di queste registrazioni, però, sta da una parte nel carattere di autentico e disinteressato dialogo culturale che le attraversa, dove ognuno ascolta lo stile dell’altro senza abbandonare il proprio, e dall'altra nell’allegria che si sprigiona da esse e nella quale musicisti e pubblico, entusiasmandosi vicendevolmente, si abbandonarono a quell’improvvisato "concerto per tromba ed orchestra di tango".
I brani registrati in quell'occasione, oltre ad ADIOS MUCHACHOS, di Sanders, che vi abbiamo proposto per intero, furono: VIDA MIA, di Fresedo, PRELUDIO Nº 3, di Pansera e CAPRICHO DE AMOR, di Pérez Prechi, dei quali vi offriamo invece soltanto un assaggio.
Esiste infine un aneddoto, su questo episodio, che non rinunciamo certo a raccontarvi: pare che per il giorno fissato per la registrazione Gillespie abbia domandato di poter trovar pronto davanti alla porta del proprio albergo un cavallo e che su di esso, perfettamente vestito da gaucho, abbia percorso tutta la strada che lo separava dal Rendez-Vous, presentandosi in questo modo, e del tutto a suo agio, al famoso locale di Fresedo.
È un vero peccato non avere nessuna fotografia che testimoni questa circostanza, e vi invitiamo dunque a fare un piccolo, ma proficuo, sforzo di immaginazione! ;))
Dizzy Gillespie con Osvaldo Fresedo (sulla sinistra) e la sua orchestra,
al Rendez-Vous in quella famosa sera del 1956
VIDA MIA (Osvaldo Fresedo)
interpreta: Orquesta Osvaldo Fresedo con Dizzy Gillespie
(Ringraziamo l'amico Seta.Cuoioper la versione integrale di VIDA MIA.) :)
Aggiornamento di lunedì 11 giugno
È vero, "questo post sta dando frutti", come dice Chiara ;) : gli amici di TangOblivion sono riusciti (incredibile, ma vero) a scovare la foto di Gillespie che si veste da gaucho prima della registrazione con l'orchestra di Fresedo, dimostrandoci che la realtà a volte può davvero superare ogni fantasia!
Bene, potete anche far riposare la vostra immaginazione, ora. ;)
(Da notare l'espressione sconvolta del violinista, mentre osserva la scena... ) :)))
Dizzy vistiéndose de gaucho antes de tocar con la Orquesta de Osvaldo Fresedo, Boite "Rendez Vous,Buenos Aires, Julio de 1956. Foto UNICA de la coleccion de Edgardo Falero (Canelones, Uruguay)
(foto e didascalia tratte dalle immagini di SIBEMOLFOTOS, su flickr)
Durante la dittatura di Ramirez, che in Argentina seguì al golpe del 4 giugno 1943, l’allora ministro della giustizia e istruzione, Zuviría, creò una commissione incaricata di salvaguardare la purezza della lingua, che aveva tra i suoi obiettivi
la soppressione del lunfardo.
Pare abbastanza certo che una qualche tendenza censoria fosse cominciata già prima del golpe; quel che è sicuro, comunque, è che intorno a quel periodo venne proibita la diffusione per radio di testi contenenti termini in lunfardo, ma anche espessioni che alludevano a una critica sociale o che menzionavano comportamenti considerati sconvenienti, peccaminosi, o destabilizzanti. I parolieri delle canzoni dovettero in gran fretta modificare i loro versi per adattarli alla pignoleria bigotta dell’ufficio “Radiocomunicaciones”, che applicava concretamente la censura per mezzo del sigillo “Aprobado por Radiocomunicaciones para su libre difusión", senza il quale nulla poteva essere trasmesso.
Questa situazione diede origine a modifiche nei testi dei tanghi che ne alterarono in maniera spesso ridicola lo spirito e il senso autentico, arrivando in certi casi fino a vere e proprie parodie del testo originale.
Acuni esempi di questa censura: il tango “De barro” (di Piana-Manzi), proibito perché tra le sue parole compariva il termine “pucho”, scambiato per lunfardo e in realtà inoffensivo vocabolo Quechua; il tango “Tal vez será mi alcohol” (di Demare-Manzi), rinominato “Tal vez será tu voz”; il tango “Susheta” (di Cobián-Cadícamo), ribattezzato “El aristócrata”. “Chiqué” fu precisamente uno di questi tanghi, ma la traduzione che se ne fece ne alterò del tutto il senso: dire “chiqué” non è lo stesso che dire “chic” e in francese come in lunfardo significa piuttosto “ostentazione di eleganza”, “darsi delle arie”
(fare lo… “sciccoso”, … o lo “smorfioso”, ha suggerito qualcuno di voi), oppure “bluffare”,
ma tutto ciò fu trasformato in un innocuo, inespressivo e del tutto impreciso “elegante”.
Questa situazione, comunque, terminò con il successivo governo di Juan Domingo Perón, quando dodici poeti e musicisti (guidati da Homero Manzi: Aníbal Troillo, Francisco Canaro, Enrique Cadicamo, Luís Rubinstein, Rodolfo Sciammarella, Alberto Vaccarezza, Enrique Maroni, Santiago Adamini, Lito Bayardo, Juan Perez de la Riestra, José Razzano) chiesero udienza al presidente, il quale diede ascolto alle loro rimostranze e accolse la richiesta di revoca della censura.
C’è un aneddoto che racconta che Enrique Cadícamo, quando fu convocato dal funzionario che gli contestò alcuni problemi nel testo di “Los mareados”, si sia messo immediatamente alla macchina da scrivere per buttar giù alcune strofe che sottopose poi al censore chiedendogli: “Così le piace?” “Si, così è meglio” rispose quello. Al ché Cadícamo stracciò il foglio in mille pezzi sbottando: “Beh, sappia che questa è una porcheria!”
Un’altra storia quasi identica si racconta di Homero Expósito, che isieme a Domingo Federico si era presentato all’ufficio “Radiocomunicaciones” per sapere come mai il suo successo “Percal”, fosse stato proibito dalla censura. Il funzionario sulle prime tergiversò, dicendogli che la composizione non aveva metrica: “Prima una parola, poi tre…” lamentava quello, al ché Expósito rispose “Io scrivo sulla melodia… quante parole vuole che scriva su due note?” Ma poiché il funzionario era irremovibile e menzionava infine i problemi reali, connessi al contenuto romanticamente inquietante della canzone, anche Expósito si sedette alla macchina da scrivere, buttò giù qualche strofa e davanti al censore che approvava la nuova versione, esattamente come Manzi fece a pezzi il foglio, sbottando alla stessa maniera: “Ma così è diventato una schifezza!”
Se queste due storielle siano vere, oppure no, poco importa: disegnano bene un’epoca e i suoi personaggi e a noi... diverte tanto raccontarle... !
(Ah! ... Buon San Valentino!) :-)
PERCAL (D. Federico- H. Expósito)
suona: Miguel Caló y su orquesta
canta: Alberto Podestá
Un discorso tira l’altro e noi amiamo perderci in chiacchiere: parlando di Saborido e di Felicia, passando per il bar Ronchetti, il passo fino alla Morocha è davvero breve.
L’aneddoto che narra delle origini di questo tango è piuttosto famoso: fu divulgato dallo stesso Saborido in un intervista al periodico "Caras y Caretas" e se vi piacciono gli approfondimenti ne trovate un’esauriente esposizione tra le leyendas di Todo Tango;
noi ve ne diamo qui un assaggio.
Pare che Saborido si trovasse una sera al bar Ronchetti
(tra Reconquista e Lavalle), assorto in rapita conversazione con Lola Candales, ballerina e cantante di grande bellezza.
Si dice dunque che, vedendolo gli amici tanto emozionato, cominciarono a prenderlo bonariamente in giro e a provocarlo, mettendo in dubbio la sua capacità di comporre un brano che l’affascinante morocha potesse cantare con successo. Rincasato verso le cinque, mentre già albeggiava, Saborido pensava e ripensava alla sfida e non riuscìva a dormire: si mise dunque al piano. In poco più di un ora la musica di quello che sarebbe diventato uno dei maggiori successi della storia del tango era composta e mezz’ora più tardi, alle sette, Saborido bussava alla porta dell’amico Àngel Villoldo per commissionargli il testo; alle dieci anche questo era pronto e a mezzogiorno un’entusiasta Lola Candales già provava ad intonarlo.
La sera stessa il fortunato tango debuttava al
Ronchetti, dalle labbra della bella morocha che lo aveva ispirato;
era il Natale del 1905 e Lola dovette concedere ben otto bis tra gli applausi scroscianti di un pubblico in delirio.
Eccola, dunque, La Morocha: ve la proponiamo qui in un’interpretazione dei primi anni trenta, registrata da Libertad Lamarque. Voi però potete far finta che sia proprio Lola a cantare e se chiudete gli occhi, forse, riuscirete vedere i suoi bei capelli bruni e lo sguardo emozionato di Saborito che assiste al debutto del suo tango.
LA MOROCHA, tango (E.Sborido - A. Villoldo, 1905)
canta: Libertad Lamarque, 1931
Non c’è due senza tre: dopo Pavdita e Mi Dolor, non potevamo non proporvi anche FELICIA. Insieme ai due che lo prcedono è tra i più bei brani 'instrumentales' interpretati da De Angelis: un tango davvero 'inolvidable'.
Lo compose nel 1908 Enrique Saborido,
compositore e pianista uruguayo di nascita, ma porteño per vocazione e adozione: uno tra i pochissimi musicisti di tango ad avere anche la passione per il ballo,
famoso per le sue doti di eccellente ballerino.
Circola un aneddoto anche sull’origine del titolo di questo brano e volentieri ve lo raccontiamo.
Si dice che mentre Saborido era seduto al pianoforte e componeva questa melodia, gli si avvicinò una donna che gli chiese, affascinata, il titolo della musica che stava suonando. “Non ha ancora nome”, le rispose Saborido
e le chiese: “Lei come si chiama?” “Felicia!”, rispose la donna, sorpresa .“Bene: e così si chiamerà anche questo tango!" concluse il musicista, sorridendole galante.
Non sappiamo se Saborido riuscì, con quel suo omaggio, a conquistare il cuore di quella signorina, ma sicuramente, con questa sua composizione, ha conquistato il nostro.
(Dedichiamo questo tango alla nostra amica Miriam e alla sua generosità.)
FELICIA, tango (E. Saborido, 1908)
interpreta: Alfredo De Angelis y su orquesta
Ci eravamo accomiatati da voi con la musica di De Angelis ed ecco che con un’altra
sua bellissima interpretazione ci ritroviamo.
È PAVADITA, uno dei nostri tanghi preferiti.
Si racconta che Anselmo Aieta abbia composto questo brano quasi per caso, giocherellando con il suo bandoneón in un caffé vicino a casa, dove si rifugiava a provare quando sua moglie era stufa di sentirlo suonare e si dice che un suo amico, colpito dalla singolarità di quella musica, lo pregò di suonarla di nuovo, domandandogli se fosse in grado di riprodurla uguale. “Certo che posso risuonartela” rispose Aieta, e senza dare nessuna importanza alla bellezza del motivo: “... è solo una ‘sciocchezza’ !"
(una ‘pavadita’, appunto).
E PAVADITA rimase il nome di questa magnifica composizione.
Che sia di buon auspicio per l’anno che ci aspetta; che lo colori per voi e per noi con le sue note piene di energia, ma anche piene di dolcezza, di ottimismo e di attesa, di speranza e di soluzioni improvvise e inaspettate: tutto insieme.
Ben ritrovati, amici!
Anselmo Aieta
PAVADITA, tango (A. Aieta)
interpreta: Alfredo De Angelis y su orquesta, 1958
Nel clima euforico di questi mondiali di calcio viene
spontaneo pensare che, da quando esistono, il tango e il gioco del calcio sono sempre stati le due più grandi passioni del popolo argentino.
Un personaggio, in particolare, incarnò perfettamente questa doppia vocazione: si tratta di Raimundo Bibiani Orsi. Avete mai sentito parlare di lui?
Naque nel 1901 ad Avellaneda da genitori genovesi; suo fratello Máximo era compositore e paroliere ed egli fu violinista precoce e di talento: suonò nell’orchestra di Francisco Canaro ed in altre formazioni, fino ad arrivare a dirigere un suo proprio gruppo di tango ed a comporre anche alcuni pezzi. Fu però, anche, uno dei calciatori più famosi e pagati degli anni trenta e una delle migliori ali sinistre di tutti i tempi: per il suo talento sportivo fece parlare di sé il mondo intero. Raimundo Orsi, detto “Mumo”, cominciò la sua carriera di calciatore nella squadra argentina dell’Independiente, ma fu presto notato per il suo straordinario talento dai dirigenti della Juventus che lo ingaggiarono nella squadra torinese, dove giocò dal 1929 fino al 1935. Più volte capocannoniere bianconero, in quegli anni, contribuì in maniera determinante alla conquista dei cinque famosi scudetti del quinquiennio d’oro della Juve (1930/1935) e con il suo stile da fuoriclasse fece innamorare di sé i tifosi italiani. Possedeva un gioco elegantissimo, una rapidità non comuni e all’epoca era considerato un vero prodigio calcistico, un artista del pallone: una specie di Maradona. Naturalizzato Italiano fece anche parte della Nazionale Azzurra che nel 1934 vinse la coppa del mondo.
Non dimenticò tuttavia mai la passione per la musica e per il tango e si narra che non perdesse mai occasione di suonare. Un aneddoto riportato dalla stampa dell’epoca lo ritrae ad una festa ove si era recato insieme ai compagni di squadra: insoddisfatto della musica proposta quella sera dall’orchestra, afferrò un violino e cominciò senza alcuna inibizione a dare a tutti i presenti un saggio del proprio repertorio tanguero.
Intorno al 1915 Augustín Bardi compose “Lorenzo”, dedicando il brano al suo intimo amico, il bandoneonista Juan Lorenzo Labissier. Questo tango, come molti altri composti da Bardi, ebbe presto un gran successo e fu inserito nel repertorio di diverse orchestre che si esibivano in turnée all’estero. Fu così che al loro seguito presto se ne partì per l’Europa.
Tre decadi più tardi, verso la fine degli anni ’40 e già morto Bardi da qualche anno, questo fortunato tema
musicale fece ritorno in
Argentina, ormai famoso in tutto il mondo grazie anche alla strepitosa interpretazione che ne diede Louis Armstrong, ma con un titolo diverso, “C’est si bon”, e firmato dal francese Henri Betti che ne risultava come autore.
Gli eredi e gli amici di Bardi si indignarono e insieme si mobilitarono perché la vera paternità del motivo venisse riconosciuta: intentarono causa per ottenere un risarcimento e la vinsero.
In questo caso pare abbastanza certo si sia trattato di vero e proprio plagio.
CAMBALACHE,Tango Letra y Música: Enrique Santos Discépolo Canta: Carlos Gardel
Sapevate che “Cambalache” fu scritto da Discépolo per il film: “El alma del bandoneón”, di Mario Sóficci? Nella pellicola, proiettata per la prima volta il 20 Febbraio 1935 al cinema Monumental di calle Lavalle. la canzone era interpretata da Ernesto Famá, accompagnato dall’orchestra di Francisco Lomuto. Ma il vero debutto di questo tango avvenne durante uno spettacolo di rivista al teatro Maipo: si racconta che il produttore del film, Ángel Mentasti, si sia presentato in teatro col suo avvocato per impedire che il tango fosse diffuso prima della presentazione ufficiale del film, e che Luis César Amadori (per inciso: l’autore del testo di Madreselva), responsabile dello spettacolo teatrale in questione, riuscì a salvare la situazione portando Mentasti nella confitería Richmond di calle Esmeralda, dove lo distrasse con le sue chiacchere mentre “la negra Bozán" cantava per la prima volta in pubblico Cambalache, senza che lui se ne accorgesse.